Anahi Mariotti - Portfolio
2023

Autoritratti

“Questo involucro che si riproduce
in continua trasformazione
questo corpo che si ammala
cresce
gode
invecchia
sanguina.
Questo sacco che ci appartiene.
Ci nasci dentro
si lacera
mentre ci sei ancora dentro.
Quanta fatica questo fardello
che non ho scelto.”

Anahi Mariotti

Il corpo che abitiamo non lo abbiamo scelto, ci finiamo dentro quando nasciamo e da quel momento è il filtro con cui entriamo in contatto con il mondo. Il corpo è il mezzo con il quale scopriamo l’al di là da noi e con cui le persone ci riconoscono. In base al corpo che incarniamo, il sistema in cui viviamo agisce in diverse misure delle pressioni e delle oppressioni tali da creare una gerarchia di privilegi, per cui essere in un corpo bianco, abile, cisgender, eterosessuale, borghese, magro, in salute, adulto e possibilmente in relazione sentimentale monogama con una donna bianca, abile, eterocis, borghese, magra, in salute, adulta e in grado di riprodursi comporta avere il massimo delle possibilità di vivere una vita serena e di esercitare potere e desiderio.

Chi non appartiene alla norma qui descritta va incontro a possibili discriminazioni e violenze o semplicemente non ha accesso al potere, qui inteso come capacità di fare.

Il corpo, come il territorio in quanto risorsa primaria soggetta allo sfruttamento patriarcale e capitalista (Federici, 2018), è il campo su cui si esercitano i poteri. E per ribaltare le dinamiche di sopraffazione è necessario conoscere e riconoscere le oppressioni in maniera intersezionale (Crenshaw, 1989).

Riconoscere di vivere un’oppressione non ci esenta dal dover riconoscere di vivere anche taluni privilegi, quindi decostruirli per guardare l’altrə, riconoscerlə e sostenerlə.

Inoltre, vivere un’oppressione non significa soltanto essere sottopostɜ a maggior fatica, dolore o ingiustizie, ma anche avere un potenziale trasformativo enorme; ai margini si resiste, dai margini si cambia tutto.

"io sono nel margine. Faccio una distinzione precisa tra marginalità imposta da strutture oppressive e marginalità eletta a luogo di resistenza - spazio di possibilità e apertura radicale. (...) La nostra trasformazione, individuale e collettiva, avviene attraverso la costruzione di uno spazio creativo radicale, capace di affermare e sostenere la nostra soggettività, di assegnarci una posizione nuova da cui poter articolare il nostro senso del mondo." (bell hooks, 2020).

Con Autoritratti 23, progetto in continuo divenire, si cerca di sentire ed esprimere la percezione del corpo in relazione alle dinamiche che scaturiscono dall’incontro con l’esterno. I cambiamenti corporei, le disforie, le sensazioni di alterità, la mostruosità, il sentirsi altro. I disegni prendono in prestito frammenti dal mondo animale, intercambiando organi, braccia, coda, artigli e gambe ma mantenendo sempre un’armonia dei corpi. L’artista prova a fare pace con il proprio corpo, raccontandolo e sperimentando rappresentazioni ibride e magiche del sé.

Penna. Inchiostro. Acrilico su carta. Quaderni fatti a mano.